BRASILE

PHOTO DIARY

Dicembre 2019, Rio de Janeiro, Brasile


Lei fu ed è per noi l’esempio di un bocciolo carioca; una ragazza con l’abbronzatura dorata, un misto di un fiore e di una sirena, piena di splendore e di grazia, ma con lo sguardo anche triste, che si porta con sé, sulla –  strada verso il mare, il sentimento della giovinezza che passa, della bellezza che non è solo nostra – dono della vita nel suo incessante meraviglioso e melanconico fluire e rifluire
.

GAROTA DI IPANEMA – VINICIUS DE MORAES 

Il testo di questa canzone e la sua soave melodia mi ritornano in testa ogni volta che mi trovo nuovamente a passeggiare su questa spiaggia così piena di ricordi.
Nelle sue parole ci sono due gruppi di immagini che riassumono perfettamente quello che Rio de Janeiro rappresenta sia per chi vi dimora e sia per coloro che hanno la fortuna ed il privilegio non solo di visitarla, ma di poterla vivere come merita.
Il primo gruppo racchiude la bellezza, la meraviglia e la melanconia.
Il secondo gruppo il mare, il sole e l’amore.

La versione più affascinante e suggestiva sull’origine di questa famosissima canzone è quella che vuole che Vinicius de Moraes e Antônio Carlos Jobim, i due autori, trovarono ispirazione in una ragazza quindicenne, la quale quotidianamente percorreva il tragitto da casa a scuola passando davanti ad uno dei locali del litorale della spiaggia di Ipanema, il Veloso. A lei quindi decisero di dedicare questa composizione, come inno perenne ed iconico alla bellezza femminile brasiliana.
Erano gli anni Sessanta, e la canzone faceva parte di un gruppo di testi che i due grandi autori realizzarono insieme come ultimo sussulto di un sodalizio proficuo e di grande successo. La musa ispiratrice dei due artisti si chiamava Heloisa, e dimorava poco distante dal Veloso. Pare che fosse una giovane alta, bruna ma con gli occhi azzurri, abbronzata e molto bella, che da quel momento è diventata ufficialmente il simbolo della bellezza utopica brasiliana in tutto il mondo.

rio de janeiro pan de azucar tramonto

Vista dal mare del Pan de Azúcar al tramonto

Sono stato molte volte a Rio. Penso sia una delle città al mondo che conosco meglio, ma guardare il tramonto dalla Pedra de Arpoador, l’estremità di Ipanema che confina con la spiaggia di Copacabana, mi fa sempre lo stesso effetto.

Sorseggiando la mia caipirinha svuoto la mente e la riempio di memorie, lasciando che i miei occhi si perdano nel paesaggio che si può ammirare da questo lato del lungomare, lontano dal traffico della avenida che costeggia la spiaggia. Le luci della favela Rocinha si stanno accendendo ad una ad una, illuminando la montagna come le palline di un albero di Natale, mentre le sagome montagnose dei due fratelli, i Dois Irmãos, si delineano sempre più oscure nel cielo.

Ho sempre trovato curioso ed abbastanza singolare il fatto che la parola ipanema sia in realtà un termine nativo che tradotto significa “acque cattive, pericolose”. E’ vero che l’acqua del mare da queste parti non è sicuramente tra le più invitanti, considerando le correnti e le onde gigantesche che si infrangono sulle spiagge, ma obiettivamente contrasta con quella che è la prima delle parole che meglio descrivono questa città, e cioè la bellezza.

Già perché a Rio de Janeiro si dice che non sia necessario cercare la bellezza, poiché è lei stessa che ti trova. Rio è sensuale come le forme delle sue montagne, ed energica come il suo ciclo vitale che sembra sempre viaggiare a ritmo di samba. E’ seducente come i suoi tramonti o come lo sguardo dei suoi abitanti, persone incredibili con una visione della vita tutta particolare ed assolutamente invidiabile.

Viene soprannominata la “Cidade Maravilhosa”, ed effettivamente se c’è un posto che può essere descritto come una meraviglia quello è proprio Rio. Per il suo paesaggio urbano così vario e contrastante, fatto di baraccopoli e di grattacieli, che si fonde con un ambiente naturale sorprendente fatto di foreste, lagune e spiagge dorate. E per il suo patrimonio di elementi architettonici che sono in grado di soddisfare ogni desiderio ed aspettativa.
E grazie a quello che è il suo simbolo più maestoso, il Cristo Redentore, che dalla cima della montagna del Corcovado accoglie con le sue grandi braccia spalancate tutti coloro che giungono in città dal mare, dal cielo e dalla terraferma. E dà loro in benvenuto, con il proposito di avvolgerli in un caldo abbraccio che li renderà per sempre parte della variopinta e multietnica famiglia carioca.

Questa sera ho deciso di venire qui da solo, per entrare in sintonia ancora una volta con le energie che Rio mi trasmette.
L’ho fatto altre volte in passato, anche se non è consigliabile girovagare in solitaria, soprattutto di notte, per le vie della città. Anzi, è meglio non farlo proprio per chi non ha dimestichezza con l’ambiente e con la lingua. Purtroppo l’altro lato della medaglia lo trovi anche qui, ed ecco che se si guarda la città da un’altra prospettiva le meraviglie lasciano il posto al degrado urbano delle favelas, ed ai rischi o alle situazioni di pericolo nelle quali spesso i turisti incappano. 

Nelle favelas la vita è difficile. Sono composte da abitazioni di baracche di lamiera o piccole case di mattoni, e la povertà domina ugualmente dappertutto. Sono città vere e proprie situate all’interno dei confini delle grandi metropoli brasiliane, ma non essendo a tutti gli effetti riconosciute dalla Stato, in esse non vendono garantiti i servizi base come acqua, energia elettrica e sistema fognario. Gli abitanti nella maggior parte dei casi sono degli “invisibili”. E’ quasi come se non esistessero, dato che molti non hanno nemmeno un documento di identità.
Lì vigono ritmi sociali e leggi a parte, regolate dai narcotrafficanti che si contendono il controllo dei traffici illeciti delle varie zone, e dalla polizia che fa rispettare l’ordine in maniera piuttosto sommaria e poco ortodossa.
Nelle favelas la vita è difficile, ma può anche cambiare. Perché c’è sempre speranza, anche nelle aree più povere, e qualunque bambino o bambina può riscattare la sua origine con il talento, la forza di volontà e naturalmente un po’ di fortuna.

rio de janeiro favelas

Favelas a Rio de Janeiro

Decido di camminare un po’ lungo il bagnasciuga, accompagnando i miei passi con il fruscio dell’acqua.
Tolgo le scarpe per meglio affondare i miei piedi nella sabbia ancora tiepida della sera.
Mi sento un po’ malinconico adesso. Ogni volta che mi trovo a Rio mi chiedo sempre se sarà quella l’ultima volta. Il passare degli anni sta dilatando i miei ricordi e la saudade diventa sempre più grande.

Saudade è un termine che deriva dalla cultura lusitana, passato per quella galiziana, poi portoghese ed infine brasiliana. Indica una forma di malinconia affine alla nostalgia, una specie di ricordo affettivo legato a qualcosa di speciale che è assente, ma che al tempo stesso si tiene vivo per la grande voglia di riviverlo e di possederlo di nuovo. Ha una connotazione quasi mistica, come se si accettasse il passato avendo fede in uno sorta di ripetersi futuro.
Prima di conoscere il Brasile non mi potevo rendere conto di cosa significasse questa parola. Avevo cercato in vari modi di farmelo spiegare da amici e colleghi brasiliani ma solo dopo averla capita veramente ho potuto comprenderne il significato più profondo.
Perché Rio è veramente questo. Non è solo l’energia della samba, ma anche la bossa nova, che racchiude tra le sue note la percezione e la consapevolezza di una traboccante felicità purtroppo fugace e mutevole.


La felicità è come la goccia di rugiada sul petalo di un fiore: brilla tranquilla, poi oscilla un poco e cade come una lacrima d’amore.

GAROTA DI IPANEMA – VINICIUS DE MORAES

Benvenuti tra le pagine del mio diario di viaggio!   

Potranno sembrarvi un po’ vintage in alcuni casi, e sicuramente troverete cose di cui parlo che sono cambiate nel tempo.
Ma ci sono luoghi, viaggi ed esperienze che mi piace ricordare così.
Buona lettura!

Francesco Lasciate un commento, ditemi se siete già stati in questo bellissimo Paese e cosa ne pensate.
francesco firma

 

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